Quand’è successo? Riflessioni sull’isolamento

Quand’è successo? Riflessioni sull’isolamento

Ogni giorno Tele Messina riceve dai lettori opinioni, idee, racconti, video e tanto altro. La redazione accoglie sempre con entusiasmo le proposte del pubblico e insieme valuta cosa pubblicare. Oggi la scelta è ricaduta su una email inviata da un’insegnante messinese, il suo nome è Carmen Romeo. Come leggerete è un’analisi personale scritta durante questo momento di forte emergenza ed isolamento che sta vivendo tutto il paese.

Quand’è successo?

 

Si era accorta di tutto nel momento stesso in cui aveva smesso di godere della propria libertà; nel momento stesso in cui aveva dovuto fare il censimento delle provviste, controllare le date di scadenza, il meteo, la bombola del gas, i soprammobili da togliere, utili solo ad accumulare polvere, perché se nessuno può ammirarli sono solo oggetti superflui.

Si era accorta di tutto nel momento in cui aveva cominciato a sentir parlare di mascherine, di autocertificazioni, di ammende salatissime, di sindaci dalle più diverse regioni italiane sbraitanti, schiumanti, avidi di giustizia ma certamente mossi dal solito vizietto propagandistico, pater familias ma neanche tanto.

Si era accorta di tutto nel momento in cui le era venuta voglia di un libro ricordandosi, però, che quel libro era a casa della sua famiglia che non vedeva ormai da quando tutto sembrava normale, abitudinario, lineare, persino banale, statico, noioso. Ah, quanto vorremmo adesso quella noia, quel tran-tran che permetteva di uscire di casa, di correre anche sotto la pioggia senza il timore di buscarsi un malanno, di abbracciarsi, di stringere la mano di un estraneo su due piedi, di urtarlo per sbaglio perché la distanza di sicurezza era solo alla guida e non rispettavamo neanche quella.

Si era accorta di tutto nel momento in cui aveva pensato a quelle famiglie che da un giorno all’altro si erano ritrovate non soltanto monche, handicappate, mutilate nel cuore del loro apparato famigliare, ma anche inermi e incredule di fronte agli sproloqui deliranti di ciarlatani cialtroni che sparano sentenze in un italiano rozzo e volgare tanto quanto loro, inconsapevoli – o forse no – dell’efferatezza dei propri pensieri trasformati in parole liberamente pascolanti nell’etere.

Si era accorta di tutto nel momento in cui, con un sorriso amaro dal retrogusto salato di lacrime, aveva pensato che solo qualche settimana prima non era necessario programmare quando andare a fare la spesa – se ci vai all’ora di pranzo non trovi nessuno, suggeriscono. E allora tutti ad adottare questo stratagemma pensando di essere furbi, callidi, arguti abbastanza da aggirare il problema, senza considerare che, come due più due fa quattro, a quell’ora saremo tutti in coda ad alimentare la bestia esattamente come durante le restanti ore di apertura; arguti come chi dice di non crederci, è tutta un’esagerazione, ci vogliono manipolare, i morti non son poi così tanti, come se i morti fossero morti solo superata la soglia di una certa quantità; arguti come chi continua a trovare fantasiose e variopinte scuse per eludere i controlli ormai stringenti, campioni di egoismo e Italica inettitudine.

Si era accorta di tutto nel momento in cui avrebbe voluto organizzare quella cena per quell’anniversario, quando avrebbe voluto fare una torta per tutti i compleanni ingiustamente relegati in un altrove troppo distante; nel momento in cui aveva iniziato a rivalutare alcune delle persone più vicine a lei, perché crisi così memorabili rappresentano lo spartiacque tra dentro e fuori, perché pareri diametralmente opposti in fatto di vite, cura, protezione e incolumità propria e altrui decretano che qualcosa in quel rapporto non va, che forse i parametri che lo definivano hanno bisogno di essere ricalibrati.

Si era accorta di tutto nel momento in cui, sogno dopo sogno, aveva depennato ogni fuga annotata in blu sulla sua agenda: Pasqua, Torino. Giugno, Trapani. Luglio, Cascia. Per ogni taglio una lacrima.

Si era accorta di tutto nel momento in cui aveva cominciato ad esprimersi per cliché del tipo “mi ricorda tanto Cecità di Saramago” o “prima o poi dovevamo aspettarcelo”; quando aveva dovuto stabilire una disciplina quotidiana per non soccombere al tedio e all’inattività; quando, totalmente avversa a tecnologia e innaturali odierni modi di condivisione, aveva iniziato anche lei a vedere in un freddo schermo nero l’unico filo che la collegava al calore del mondo.

Si era accorta di tutto nel momento in cui, facendo i conti, aveva capito che alla fin fine uno stipendio lo avrebbe racimolato senza poterlo spendere. “Almeno tu un lavoro ce l’hai ancora” e parte la gara a chi soffre di più, senza capire che ci siamo dentro tutti.

Dentro un’isolata gabbia di solitudine.

Carmen Romeo

redazione@telemessina.it'

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